La Sicilia fra storia e leggende

Nessuna regione in Italia è misteriosa quanto la Sicilia: una vivida fantasia popolare ha reso quest’isola fonte inesauribile di ispirazione per scrittori, poeti e cantastorie, tramandando nel corso dei secoli miti e leggende al confine tra immaginazione  e realtà.

La leggenda dei diavoli della Zisa

Una delle più famose è la leggenda dei diavoli della Zisa (dall’arabo Al-Aziza ovvero “la splendida”), residenza estiva dei re normanni e uno dei monumenti più misteriosi di Palermo: la leggenda avrebbe origine da un dipinto posto nella Sala della Fontana della Zisa, in cui sono raffigurati alcuni diavoletti, ritenuti dalla fantasia popolare i custodi di un prezioso tesoro nascosto all’interno del palazzo.

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La Zisa, residenza estiva dei Re Normanni a Palermo

Il tesoro sarebbe arrivato a Palermo insieme a due giovani amanti, Azel Comel e El-Aziz, che prima di morire drammaticamente all’interno del palazzo, avrebbero affidato ai diavoletti il compito di proteggere il tesoro: confondendosi tra loro, e impedendo a chi li osserva di poterli contare, i diavoletti avrebbero evitato così la rottura dell’incantesimo e il ritrovamento del tesoro.

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La Zisa, Sala della Fontana.

Si narra addirittura che il giorno dell’Annunziata, il 25 marzo, fissando a lungo i diavoletti, sembra che essi muovano la coda e storcano la bocca. Nel corso dei secoli la leggenda dei diavoli della Zisa si è talmente radicata nel cuore dei palermitani fino ad influenzare il loro linguaggio: quando ci si trova in una situazione controversa in cui non tornano i conti, i palermitani sono soliti dire: “E chi su, li diavoli di la Zisa?” (“E cosa sono? I diavoli della Zisa?”).

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I “diavoli” della Zisa

La leggenda della baronessa di Carini

Nei dintorni di Palermo, salendo verso il centro del paese di Carini, si incontra un Castello medievale dell’XI secolo, teatro di una leggenda affascinante e misteriosa.  Si racconta che a metà del Cinquecento il barone di Trabia  e conte di Mussomeli, non avendo avuto fino a quel momento eredi maschi, aveva dato in sposa la figlia primogenita Laura Lanza, appena quattordicenne, a don Vincenzo La Grua-Talamanca, figlio del barone di Carini.

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Castello di Carini, cortile interno

Dopo le nozze avvenute il 21 dicembre 1543 a Palermo, i due si erano trasferiti nel castello di Carini, dove avevano vissuto per circa vent’anni, e dove la baronessa Laura aveva dato alla luce otto figli. Insoddisfatta dal matrimonio combinato dal padre, la Baronessa aveva intrecciato una relazione clandestina con il cugino di lui, tale Ludovico Vernagallo, fino a quando il padre, avendoli sorpresi insieme, li aveva fatti uccidere, dando vita ad una delle leggende più amate dai cantastorie dell’epoca.

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Castello di Carini, interno. Abito d’epoca della Baronessa Lanza di Trabia.

Secondo la leggenda la baronessa, sorpresa nottetempo dai sicari del padre e colpita a morte, si era portata le mani al petto, dove aveva ricevuto la ferita mortale, e accasciandosi aveva lasciato l’impronta della mano insanguinata sul muro. Sempre secondo la leggenda, nonostante l’impronta della mano insanguinata fosse stata cancellata per occultare l’omicidio e il barone si fosse risposato con Ninfa Ruiz, l’impronta si rinnovava ciclicamente nel corso degli anni successivi, comparendo misteriosamente durante la notte a perenne testimonianza dell’efferato delitto.

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Castello di Carini. L’impronta della mano insanguinata della Baronessa.

Nel 1975 la RAI Radiotelevisione Italiana ha realizzato uno sceneggiato in 4 puntate di enorme successo con Ugo Pagliai, Janet Agren e Adolfo Celi, riportando all’attenzione popolare la leggenda della Baronessa di Carini, la cui drammatica storia era cantata da Gigi Proietti nella sigla di coda dello sceneggiato.

Il fantasma della monaca: un mistero moderno

Negli ultimi anni gli abitanti del quartiere Capo, sede di uno dei mercati più tradizionali di Palermo, hanno riportato l’attenzione popolare su una nuova  misteriosa “apparizione” in città. Sembra che con il buio della notte, guardando in alto verso il campanile della Chiesa della Mercede, facesse capolino la figura di una monaca con le mani giunte, richiamando folle di cittadini increduli di fronte a questa apparizione notturna.

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Palermo. Chiesa della Mercede nel quartiere Capo

Una nuova leggenda, quella del “fantasma ‘ra muonaca”, sembrava avere monopolizzato l’attenzione dei palermitani negli ultimi anni, fino a quando un’improvvisa modifica dell’illuminazione non ha portato via con sè anche il fantasma… Che si trattasse di una “sacra” illusione ottica? Questo non ci è dato saperlo: gli abitanti del Capo nel frattempo pregano perché “a muonaca” ritorni a vegliare sul loro quartiere…

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Il Campanile della Chiesa Della Mercede. Chiaramente visibile ” u fantasma ‘ra muonaca” in preghiera.

Il castagno dei cento cavalli

Percorrendo il versante orientale dell’Etna lungo la provinciale che conduce a Linguaglossa, nel territorio del comune di San’Alfio, ci si imbatte in uno degli alberi più maestosi d’Europa, il Castagno dei Cento Cavalli. Botanici di tutto il mondo non sono riusciti a datare con esattezza l’albero, ma è acclarato che il castagno abbia dai due ai quattromila anni, confermandosi in tal modo l’albero più antico d’Europa e il più grande d’Italia. La leggenda che dà il nome all’albero vuole che che una regina, durante una battuta di caccia, fosse stata sorpresa da un temporale insieme al suo seguito di cento cavalieri proprio nelle vicinanze dell’albero, e che abbia trovato riparo insieme a loro proprio sotto i rami del gigantesco castagno.

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Sant’Alfio, Catania. L’antico Castagno.

Poiché il temporale non accennava a smettere, si racconta che la regina abbia passato la notte sotto le fronde del castagno, concedendosi lascivamente ad uno o più amanti fra i suoi cento cavalieri. Non si sa bene quale possa essere questa regina: per alcuni si tratterebbe di Giovanna d’Aragona, per altri l’imperatrice Isabella d’Inghilterra, terza moglie di Federico II, per altri ancora si tratterebbe di Giovanna I d’Angiò, una delle protagoniste dell’insurrezione dei Vespri Siciliani del XV secolo. In ogni caso, indipendentemente dagli appetiti sessuali della misteriosa regina, il castagno, con i suoi 22 metri di altezza, e altrettanti di circonferenza, è stato dichiarato dall’UNESCO “Monumento messagggero di pace”: chi si trovi a passare da Sant’Alfio non può esimersi dal visitare quella che può essere considerata una vera e propria meraviglia della natura, il plurimillenario Castagno dai Cento Cavalli.

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Sant’Alfio, Catania. Il Castagno plurimillenario in inverno.

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